Pagare o non pagare

Scopro questo libretto di Walter Siti “Pagare o non pagare” da un articolo apparso su Repubblica in merito al web, social e informazione. Un libretto concettuale e pieno di significato, sul valore o meno delle cose.

Anni fa, pagare era visto quasi come un senso di trionfo, con soddisfazione quando con i primi soldi guadagnati al lavoro ci si poteva permettere e comprare dei piccoli lussi. Oggi pagare assume un’accezione negativa, è un verbo sotto accusa: pagano sempre gli stessi, paghiamo troppe tasse, ecc.

Tutto ha un prezzo, anche ciò che apparentemente non sembra lo abbia: le compagnie di assicurazione sanno quanto costa la vita e la salute dei loro clienti, il nostro corpo ha un prezzo (costa nutrirlo, mantenerlo in salute ma anche seppellirlo), costa l’aria, costa il tempo, costa la priorità (apparire nelle prime posizioni di Google ha un costo) , costa la politica, costa comprare cose che non servono, costa l’inerzia, costano i prezzi bassi o gli utili delle aziende che delocalizzano in paesi poveri e ne scaricano i costi, costano le ricadute sociali e ambientali di prezzi bassi.

Anche in pubblicità, sul web in particolare, l’idea del gratis, non esiste. Possiamo vedere un video, si gratis, ma solo dopo esserci sorbiti 15 secondo di spot, paghiamo poco un biglietto aereo Ryanair ma ci sorbiamo una serie di servizi extra a bordo, sul loro sito web, ci lasciamo ammaliare dalla lotteria a bordo dove una parte del ricavato dicono vada all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze: quello che risparmiamo lo paghiamo in volgarità.

Oggi in economia di parla molto di “gratis economy” ovvero molti servizi e prodotti  che prima eravamo abituati a pagare, oggi sono gratis. Dai social, ai servizi web, alla musica su YouTube, alle ricerche su Google, ecc ecc. In realtà tutto questo ha un prezzo.

Il potere cercherà di darti cose gratis per ottenere in cambio informazioni produttrici di valore – la gratuità mascherata da libertà diventa veicolo di effettiva dipendenza. La schiavitù del free sembra un ossimoro ma non lo è.

Il tempo e i dati che noi dedichiamo a un social o a fare ricerche su Google è un tempo, sono dati, che i padroni del web rivendono agli inserzionisti pubblicitari. Il principale motivo per cui la strategia del gratis conviene alle multinazionali è che noi lavoriamo gratis per loro: attratti dalla visibilità, dai servizi che ci forniscono noi diamo (qualitativamente profilati) dati e tempo che Facebook userà per vendere a chi vuole fare pubblicità mirata.

Cediamo gratis la nostra anima di consumatori, come regaliamo la nostra creatività a YouTube fornendo dei filmati o diventando recensori per Amazon”.

Sostituiamo gli operatori delle compagnie aeree che licenziano perchè in esubero, ogni volta che effettuiamo un ceck in online.

Siamo cavie linguistiche per Gooogle che fornisce risultati più mirati e precisi agli inserzionisti.

Lavoriamo gratis, un esercito sterminato di manodopera gratuita su cui i giganti del web costruiscono immensi profitti.

Il libro ovviamente va agli estremi, ma dal mio punto di vista fornisce degli spunti per capire che il vero valore oggi è dato dal nostro tempo, e che il gratis non esiste, o se esiste ha un costo o uno “schiavo” dietro. E’ sempre molto importante riuscire a percepire il valore del tempo e delle cose, altrimenti non saremo in grado nemmeno di dare un valore a nulla.

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